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", 1993 – Grafis Ediz. Di Concetto Pozzati.

 

 

"Il cinema dipinto"

di Stefano Dello Schiavo. Galleria d’Arte Mascherino, Roma

(..) Gli artisti del manifesto riescono, con un’infinità di soluzioni, a fondere sinergicamente illustrazioni, titoli, montaggio di immagini e di colori per realizzare quello che è il fine del manifesto, ovvero mostrare l’essenza del film e contemporaneamente colpire l’attenzione del pubblico; grazie all’abilità di alcuni artisti si arriva al paradosso per il quale, mentre col passare del tempo molti film vengono dimenticati, i relativi manifesti pubblicitari assumono una luce ed un fascino differenti, riflettendo sinteticamente i costumi, gli stili e i tempi in cui furono realizzati, entrando così a far parte del nostro patrimonio culturale.(..)

 

 

 

 

"Il naso sul manifesto"

di Milo Manara, da "Eroi di Mille Leggende", 1993- Grafis Ediz.

Da bambino pensavo che gli autori dei manifesti del cinema fossero i più grandi artisti mai esistiti in ogni tempo. Altro che Michelangelo. Altro che Van Gogh.
C’era una tale potenza e contemporaneamente un tale realismo in quelle immagini che ne ero totalmente soggiogato. Mi affascinavano molto di più degli stessi film. Anzi, sapevo benissimo che poi, andando a vedere il film, non avrei trovato quella scena così eloquente, così simbolica che era rappresentata sul manifesto. In un’unica scena, rappresentata a tinte forti e drammatiche, era racchiuso molto di più di quanto il film mi avrebbe poi raccontato in un’ora e mezza.
E poi il manifesto era un oggetto. Era vero, reale, non era un’immagine fuggevole, fatta di luce, che non potevi mai veramente guardare a tuo piacimento. Il manifesto te lo potevi rimirare in pace finché volevi. Potevi abbandonarti comodamente nel tentativo di penetrare il mistero della lucentezza di certe labbra, del bagliore di certi occhi. Le figure non erano mai rappresentate in pose banali, normali, quotidiane. Erano sempre degli eroi còlti nel pieno del loro gesto assoluto.
Al manifesto ti potevi avvicinare tantissimo, fino a toccarlo col naso, e allora le rapide, sapientissime pennellate non si vedevano più. Si stemperavano un nell’altra in masse colorate confuse, fatte di puntini sgranati che, visti da così vicino, vivevano una propria realtà autonoma, segreta, staccata dal film, staccata dalle figure, staccata da tutto.
Credevo di essere il solo ad aver scoperto questa meraviglia. Gli altri si godevano i manifesti da lontano. Alcuni, addirittura, si limitavano a leggerne le parole. Nessuno sapeva di quel brulicare di puntini, laggiù.
Io non ho mai avuto il coraggio di strappare un pezzo di manifesto per portarmelo a casa, ma altri ragazzi lo facevano ed una volta successe che un ragazzo, strappando un manifesto, dividesse a metà il volto che gli interessava e buttasse via deluso il brandello. Ovviamente lo raccolsi io e me lo portai a casa. Era un oggetto che non aveva più nulla di cartaceo, con uno spessore impressionante, fatto di svariate stratificazioni successive, che addirittura sul retro conservava delle chiazze di muro. Lo tenni per molto tempo, scrutandone affascinato i puntini.

 

 

 

"Le volpi della mamma. Ovvero: arte e memoria delle locandine"

di Franco La Polla. Da "Eroi di Mille Leggende", 1993 – Grafis Ediz.

L’arte del manifesto cinematografico: concentrare in un’immagine l’intero plot, riassumere hegelianamente in una "figura" tutte le altre.
Pure, si tratta di una definizione generale e per certi versi astratta. A differenza dal film – che è quello che è – nel caso di opere straniere il manifesto (e la locandina) si adatta alla cultura ospitante, denuncia non solo i sogni di quella che ha concepito il film ma anche di quella che lo riceve.
In questo senso il manifesto equivale a una recensione popolare invece che dotta, a uno sguardo sull’opera che non è solo colto ma vivace, fresco, attivo, creativo. Esso ne coglie il potere mitopoietico, il senso di avventura, di forma, di fascinazione, l'impressione di un volto, l’epifania di una situazione. E lo fa con le sottolineature dell’eccesso, dell’evidenziazione, della denotazione forte e retorica.
Il manifesto si assume il difficile compito di mantenere nell’immobile la drammaticità di espressioni e situazioni, e lo deve fare nel rispetto dei fantasmi che la cultura ospitante ha sedimentato, nella coscienza di esperienza della storia e della cronaca che il film non propone necessariamente: una sorta di "doppio film" che riassume quello originale e che nel contempo tiene conto di quanto il potenziale spettatore è diverso da quello nativo.
Una riflessione del genere richiederebbe ben altro che qualche pagina commentativa, e del resto gli studi in questo senso sono in Italia già incominciati. Ben consci dunque di questo meccanismo di differenza culturale che si risolve in adeguamento dell’immaginario nei dettagli, nello stile, nei modi di presentazione dell’immagine, quale discorso iconografico suscita il tesoro figurale dei manifesti e delle locandine di un cinema che di per sé è da tempo entrato nel mito? Quali sogni rievoca, quali notazioni suggerisce, quali segreti – del resto mai celati – esso rivela?
La dominante della composizione si identifica nella giustapposizione di un primissimo piano disegnato e di una fotografia a campo più largo che ritrae usualmente più attori. E' jHeap Popularnudeactress Et Tag Actress Musicas Popular Nude Actress Il cinema dipinto - Lapubblicistica sul cartellonismo ital-anom d s Actress o Popular Popular pHeap Popularnudeactress Et Tag Actress Musicas Popular Nude Actress Il cinema dipinto - Lapubblicistica sul cartellonismo ital-anoq y Nude Popular